La bioecomia per la UE: a che punto siamo?

Non c’è altra via che ridurre a zero le emissioni di gas a effetto serra entro il 2050: è quanto è emerso da un recente Position Paper (un Documento di Posizione, un saggio che, in questo caso, presenta un’opinione sulla questione ambientale) della Commissione Europea inviato al Parlamento.

Una conclusione che, detta così, sembrerebbe semplice da attuare e da comprendere, ma la verità è che dietro di essa si nascondono una serie di decisioni da prendere riguardanti praticamente ogni aspetto della nostra vita, dall’industria all’economia, passando per la gestione dei rifiuti e la lavorazione di moltissime materie prime e sostanze artificiali.

D’altro canto, è sotto gli occhi di tutti che l’intensità dei fenomeni meteorologici estremi stia aumentando sia in potenza che in frequenza: negli ultimi cinque anni, l’Europa ha registrato quattro ondate di caldo eccezionali e, negli ultimi vent’anni, abbiamo conosciuto i diciotto anni più caldi mai registrati. Dati che parlano da soli e che non fanno altro che sommarsi alle continue emergenze ambientali che ci ritroviamo davanti ogni giorno, tra animali marini morti per denutrizione, con grandi quantitativi di plastiche nello stomaco, e violente tempeste ed uragani che si stanno abbattendo anche al Sud Italia, in città che hanno sempre vissuto un clima mite e temperato e che, pertanto, non sono mai state costruite pensando ad eventualità del genere. Interi quartieri, paesini, centri che si ritrovano allagati, devastati dai fortissimi venti che stanno interessando spesso anche il Mezzogiorno e che stanno davvero diventando un problema importante (basti pensare a quante persone hanno perso la casa, l’auto o addirittura la vita durante questi violenti episodi).

Come mettere in pratica, quindi, un piano che ci aiuti ad aggiustare il tiro e a cambiare stile di vita, sotto tutti i punti di vista possibili, in questa corsa contro il tempo?

Il ruolo della bioeconomia

Non è un segreto che il bio, nell’accezione più generale possibile, sia costoso.

Una produzione sostenibile, un prodotto agricolo biologico, uno stile di vita ecocompatibile sono tutte facce di una stessa medaglia, peraltro già realizzabili, ma non accessibili per tutti e a tutte le tasche. L’obiettivo generale, quindi, non solo è ridurre a zero le emissioni entro il 2050, ma anche muoversi in questa direzione seguendo una linea che renda tutto questo “affordable“, come direbbero gli americani, cioè equo ed efficiente sia sul piano sociale che in termini di costi. È questa la sfida più grande.

Delle varie strategie considerabili, quindi, la bioeconomia è un tassello fondamentale: le previsioni dicono che, per quella data, la popolazione mondiale potrebbe essere aumentata almeno del 30%, con un ulteriore peggioramento della condizione climatica globale. L’obiettivo, quindi, è fare in modo che agricoltura e silvicoltura (disciplina che studia l’impianto, la coltivazione e l’utilizzazione dei boschi) forniscano cibo, mangimi e fibre utili anche a supportare i settori energetico, industriale ed edilizio.

In questo scenario, il ruolo delle biomasse diventa primario: da lì, infatti, passano l’energia termica, i biocarburanti, i biogas, i sistemi di Carbon Capture and Storage che “catturano” la CO2 e creano “emissioni negative”; inoltre, attraverso un utilizzo consapevole e ben studiato, è anche possibile sostituire i materiali ad alta intensità̀ di carbonio utilizzati nel settore delle costruzioni o molte sostanze chimiche (biochimica). Insomma, tanto lavoro da fare, tanta “educazione sociale” su cui concentrarsi, tanti cambi di abitudini anche strutturali da attuare.

A questo punto, però, sorge un altro problema: trovare il modo di procurarsi tutta questa biomassa senza deforestare l’UE, poiché il nostro quantitativo “green” disponibile non sarebbe capace di assolvere completamente a questo compito senza inevitabilmente disgregarsi. Inoltre, è da considerare anche l’eventualità che un cambio di destinazione dei vari suoli possa diventare matrice, a sua volta, di nuove emissioni.

Le soluzioni con cui fronteggiare questi rischi sono svariate:

  • rimboschire e ripristinare i terreni forestali e gli ecosistemi degradati (influendo anche positivamente sull’assorbimento della CO2);
  • incentivare agricoltori e silvicoltori a imboccare questa direzione;
  • spingere affinché terreni ad oggi abbandonati ed incolti vengano bonificati e messi a frutto;
  • gestire al meglio la questione terreni in relazione alle colture alimentari e a quelle destinate alla produzione di biocarburanti.

La polemica, infatti, è spesso intavolata sul fatto che, per convertire i terreni in spazi utili alla coltivazione di biomasse, se ne perda di vista l’utilizzo alimentare.

Questo insieme di strategie sarebbe l’unico modo in cui si potrebbe contemporaneamente migliorare sia la produttività che il guadagno delle aziende agricole, riqualificando anche gli stessi terreni coinvolti e finalizzando l’obiettivo.

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